Psicologia per Famiglia

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mercoledì 13 marzo 2019

Innamorarsi di un narcisista...e l'amore diventa un castigo




Narcisista..Quante volte abbiamo sentito questa parola…ma sappiamo realmente cosa significa? E soprattutto sappiamo riconoscere i narcisisti?
In  teoria i narcisisti sono persone dedite solo al culto di sé e della loro personalità. Persone talmente innamorate della propria immagine da considerarsi uniche e speciali, convinte di meritare attenzioni più di chiunque altro. In pratica si tratta di persone seducenti ma innamorate solo di se stesse e incapaci di relazionarsi con gli altri in modo positivo.
Ma attenzione, non si parla solo di immagine fisica, di bellezza, ma soprattutto di quella interiore, di come si considerano loro, di come valutino loro stessi prima di tutto il resto.  Nei rapporti sentimentali, il narcisista è egoista e tende a soddisfare le proprie necessità, senza curarsi della persona che ha accanto. Seducenti, molto seducenti..ma incapaci di amare. Quante donne hanno avuto una relazione con un uomo così? Molte, purtroppo. Sfuggire al fascino iniziale del narcisista è molto difficile. Spesso ci sono corteggiamenti  durante i quali le donne sono spinte a pensare di essere le uniche, di averlo fatto innamorare..il narcisista è bravissimo a corteggiare e a far credere di essere innamorato.
Una dose di narcisismo fisiologico è presente in ognuno e può essere sana, perché aiuta a relazionarsi con il mondo, avendo consapevolezza di sé e di chi lo circonda. Quando però raggiunge livelli eccessivi e allontana il soggetto dalla realtà diventa patologico, si parla di disturbo narcisistico della personalità, e colpisce sia gli uomini sia le donne. 
Il narcisista richiede attenzione continua e ammirazione e non si mette mai in discussione. Ha reazioni rabbiose dopo una critica  e può arrivare anche a comportamenti violenti. Non riesce a relazionarsi in modo sano perché manca di empatia e tende a sfruttare gli altri per i propri interessi. È dotato di un’alta capacità seduttiva, collegata all’ansia di piacere: per i maschi narcisisti questo porta al tentativo di affermare la propria identità attraverso la conquista, con fenomeni di dongiovannismo, mentre nelle donne narcisiste si accompagna a mire di affermazione personale, puntando a uomini di potere.
Nelle relazioni amorose con una persona narcisista funziona tutto bene finchè il narcisista si sente ammirato e amato, me nel momento in cui le sue sicurezze vacillano ciò che domina è la rabbia, e la non accettazione. Chiudere una storia con un narcisista può essere molto difficile, in quanto non accetta di non venire più ammirato e amato.
Tra le cause della personalità narcisistica ci sono traumi infantili, spesso per quanto riguarda l’attaccamento. Si tratta in genere di persone che non sono state amate o che sono state amate in modo non positivo.
Ma perché alcune persone sono così attratte dai narcisisti? Ci sono persone che collezionano storie con narcisisti, ricadendo sempre nella loro “trappola”.  Quando si è alle prese con un uomo narcisista, l’amore diventa un castigo. Innamorarsi di un narcisista può portare inutili e prolungate sofferenze che trasformano l’amore in una relazione non funzionale.  Breve o lunga che sia stata la relazione, tutti si chiedono come hanno fatto a lasciarsi incantare dai loro modi, cosa li ha resi così vulnerabili al fascino di un cuore freddo, manipolatorio, bugiardo e spesso imbroglione. Innamorarsi della persona sbagliata è un ” incidente di percorso” che può capitare, ma se si resta intrappolati per tanto in un rapporto malato o si è attratti solo da individui inaffidabili ed egoisti non si può parlare di sfortuna, occorre ricercare le motivazioni insite nella nostra personalità per imparare poi a scegliere in maniera più saggia.
La scelta di un partner narciso (emotivamente arido, incapace di amare ma capace di presentarsi in un modo attraente) può rivelare da parte della persona che lo sceglie il bisogno di compensare un vissuto di inadeguatezza personale e sociale. La storia con il narcisista può rappresentare il tentativo di “curare” una bassa autostima, riuscendo nella difficile impresa di far innamorare un una persona brillante e irraggiungibile.
Le persone che si innamorano di un narcisista in genere hanno alcune credenze sbagliate che guidano le loro scelte. Intanto non si amano abbastanza.  La mancanza di autostima può spingere verso la persona sbagliata perché rende bisognoso/a e dipendente, fa credere che si ha bisogno di qualcuno per stare bene. Inoltre pensano di poter cambiare una persona: niente di più sbagliato con i narcisisti, cambiano solo se vogliono loro e se ritengono che sia qualcosa che gli conviene. Spesso inoltre pensano che il problema sia proprio.  Molte persone vivono con la convinzione di essere la causa che portano alle relazioni distruttive, di essere sbagliate. Invece stanno semplicemente con la persona sbagliata. Infine, il pensiero di aver trovato il vero amore, l’amore che le fa sentire desiderabili, uniche e preziose. All’inizio i narcisisti sembrano promettere al partner un amore da romanzo, travolgente e passionale. Non è infrequente che nei primi momenti i narcisisti facciano delle promesse impegnative, si dichiarino innamorati o addirittura, parlino di un futuro insieme. 
Per uscire il primo passo (che non è semplice) è ammettere con se stessi che in quel rapporto si sta male.
Spesso la persona coinvolta attiva dei meccanismi di difesa per soffrire meno, quindi tende a giustificare le mancanze di rispetto del partner. E’ importante è iniziare a guardare la situazione in n modo obiettivo e lavorare per ridurre la propria dipendenza dal partner da tutti i punti di vista investendo sulla propria crescita personale e coltivando amicizie, interessi, il lavoro. È importante rivolgersi a una persona che possa aiutare a riconoscere i segnali di un amore patologico.

lunedì 4 marzo 2019

La balbuzie nei bambini




La balbuzie nei bambini è un fenomeno piuttosto diffuso tra i 2 e 5 anni. Certe volte parlando con i genitori si scopre che le famiglie sono spesso molto allarmate e che la balbuzie del figlio è una fonte di ansia.
Le ricerche suggeriscono che circa il 5% dei bambini incorre in uno o più momenti in cui affronta un periodo di balbuzie, ma nella maggior parte dei casi essa scompare naturalmente entro i 6 anni. In alcuni casi invece non scompare in maniera naturale ma ci sono strategie per superarla.
Le cause non sono ancora chiare, ma, sembrerebbero da rintracciare nel controllo motorio della produzione del linguaggio, che nei bambini è ancora in fase di sviluppo.
In alcuni casi la balbuzie sembra avere una ragione da cercare nello sviluppo: nel loro sviluppo i bambini di solito attraversano alcune fasi, nelle quali ci sono scatti importanti di crescita, sia fisica ma soprattutto legata agli apprendimenti. Certe volte i loro pensieri sono così veloci che i bambini non riescono a tradurli velocemente in linguaggio per cui scatta la ripetizione di una parte della parola.
In realtà, la balbuzie è un fenomeno molto soggettivo, le sue manifestazioni cambiano da bambino a bambino e possono essere sia udibili sia silenti. Quelle udibili sono le classiche ripetizioni di parti della parola, quelle silenti comprendono esitazioni, pause e arresti nel linguaggio prima del discorso.
Può anche capitare che un bambino, già consapevole delle proprie difficoltà, rinunci ad utilizzare alcune parole o le sostituisca in modo non appropriato. Questo si ha in genere nei bambini più grandi, nel momento in cui si rendono conto di questa difficoltà e se ne vergognano.
E la classica domanda del genitore di un bambino che balbetta, ovviamente, è come ci si deve comportare. Si deve fare finta di niente aspettando che si risolva da sola? Si deve sottolineare il problema quando compare? Ignorare o sottovalutare la balbuzie non aiuterà a risolverla. Allo stesso modo, è bene evitare ansie o allarmismi che si trasmettono sul bambino. Durante il dialogo, è importante rispettare i turni di conversazione e mantenere il contatto visivo, guardando il bambino negli occhi e prestando attenzione a cosa dice, non a come lo dice. Utile inoltre è mostrarsi interessati e fare domande, lasciando tutto il tempo necessario per rispondere, e soprattutto evitando di completare per lui frasi o parole. Allo stesso tempo, però, è importante non fare sentire il bambino problematico. Riservargli un trattamento speciale o esonerarlo da alcune interazione verbali, potrebbe confermargli le sue difficoltà  aumentando ancora di più la frustrazione.
Al contrario è importante mettere in evidenza i risultati positivi e rassicurarlo sulla possibilità di superare questa fatica per rafforzare la fiducia in se stesso e promuovere la sua autostima.
In certe situazioni la balbuzie è accompagnata da un disturbo d’ansia, o come causa, ma anche come stato d’animo che la accompagna, insieme alla frustrazione. Utile in questi casi analizzare e affrontare questa ansia per gestirla al meglio, con l’aiuto di uno psicologo che potrà suggerire le tecniche più appropriate.

La dipendenza da Internet




Quanto spesso sentiamo parlare di dipendenza da sostanze..tante. Oggi accanto alle più diffuse tipologie di dipendenza ce ne è un’altra, che è molto comune tra persone di tutte le età: la dipendenza da Internet.
La dipendenza da Internet non è un disturbo psichiatrico, ma un sintomo psicologico che può connettersi a differenti quadri diagnostici e clinici. Si può parlare di dipendenza quando la maggior parte del tempo e delle energie vengono impiegati online, creando in tal modo disagi e disfunzioni nelle principali e fondamentali aree esistenziali, come quella personale, relazionale, scolastica, familiare, affettiva.
Lo sviluppo di Internet ha cambiato profondamente ogni dimensione della vita pubblica e privata. Quasi in tutte le famiglie oggi c’è un computer o la rete Internet, che vengono utilizzati da tutti i componenti, dai bambini agli adolescenti agli adulti. I bambini per lo più si interessano dei giochi, e anche gli adolescenti che tuttavia trascorrono il loro tempo di connessione anche nelle chat e nei social. Quasi tutti i componenti hanno anche uno smartphone che permette loro di rimanere connessi in qualunque luogo.
Prima dell’avvento del web il gioco d’azzardo era divertimento, emozioni forti, parentesi nella quotidianità. In passato era molto più facile da praticare in tempi limitati e luoghi definiti, e anche se le dipendenze c’erano lo stesso, erano meno difficili da gestire. Perchè c’era uno spostamento fisico da fare, alcuni orari da seguire; invece grazie agli smartphone ora la rete è accessibile in ogni luogo.
La letteratura individua cinque tipologie di dipendenza da Internet:
§ coloro che hanno la tendenza a instaurare relazioni amicali e amorose sul Web. Questo causa l’idealizzazione delle persone ed una progressiva perdita del contatto con la realtà per abbandonarsi ad una dimensione amorosa o amicale virtuale. Sono spesso utilizzati siti di incontri
§ coloro che mettono in atto comportamenti compulsivi tramite Internet, ad esempio il gioco d’azzardo, il commercio online e la partecipazione alle aste online, i quali portano spesso a gravi problemi finanziari
§ coloro che si dedicano alla ricerca compulsiva di informazioni on-line
§ coloro che si dedicano all’uso compulsivo di siti pornografici o al sesso virtuale
§ coloro che utilizzano il computer per giochi virtuali
Sempre più spesso le dipendenze vengono portate in terapia, spesso si tratta del problema principale per il quale le persone si rivolgono allo psicologo, per se stessi o per un familiare. Per la riuscita del percorso, è importante sottolineare quanto sia fondamentale la motivazione per cui la persona, sia convinta in maniera autonoma sia spinta da altri, deve essere decisa a superare la sua dipendenza. Il primo passo del percorso di supporto terapeutico con lo psicologo prevede una valutazione dell’uso di Internet e un lavoro sulla sua ristrutturazione cognitiva in modo da affrontare e gestire i pensieri disadattivi che fungono da trigger e avviano comportamenti compulsivi su Internet. L’ultima fase del percorso psicoterapeutico consiste nell’identificare eventuali fattori concomitanti associati allo sviluppo della dipendenza tipo problemi personali, situazionali, sociali, psichiatrici, o professionali per affrontare e supportare anche questi.
Spesso, i dipendenti da internet suppongono che una semplice pausa del comportamento è sufficiente per dire: “Sono guarito.” Ma è necessario fare molto di più per superarla per cui è importante che lo psicologo chiarisca questo tema indagando i problemi che hanno portato al comportamento compulsivo per risolverli ed evitare le ricadute.


mercoledì 27 febbraio 2019

Vivere nelle famiglie allargate



Le famiglie allargate: quali sono

Quante volte si parla di famiglie allargate..ma che significa? Il significato di queste parole è cambiato nel tempo: una volta si definivano famiglie allargate i nuclei così come erano solitamente organizzati, ovvero una coppia con figli che viveva in abitazioni con genitori, zii, fratelli e cugini. Oggi invece l’accezione di questo termine è cambiata: si intende famiglia allargata una famiglia dove c’è una coppia che si separa e successivamente i partner si ricostituiscono con altre persone facendo altri figli, che spesso si trovano a interagire insieme e a condividere una parte della vita o della quotidianità. Ne risulta che ci sono spesso bimbi che vivono almeno una parte della settimana con un genitore e il nuovo partner e gli eventuali figli che sono propri della nuova coppia. Si creano quindi nuovi legami, non solo biologici ma anche affettivi.

I cambiamenti e i vissuti emotivi

Quando una coppia si scioglie, vengono meno tante abitudini, spesso vengono modificati i punti di riferimento e i membri vivono non solo la separazione ma anche i cambiamenti di un contesto che fino a quel momento erano punti di riferimento. I nuovi equilibri, i nuovi legami affettivi spesso portano con sé diverse problematiche prima tra tutte quella di doversi adattare a persone, fino a poco tempo prima, sconosciute. Questo viene vissuto in modi diversi. In certi casi specialmente all’inizio l’adattamento è difficile, ci sono spesso situazioni in cui non è facile adattarsi a persone, ambienti, orari e routine nuove, anche perchè spesso nei primi momenti di una separazione, sia per i partner, ma anche per i figli, ci sono vissuti carichi emotivamente. In certe occasioni le separazioni vengono vissute come positive, nel momento in cui la crisi nella coppia era grossa, duratura e fonte di sofferenze. Per cui in alcuni casi vengono vissute come la soluzione di maggiore serenità. Ma purtroppo spesso non è così, o almeno non lo è per almeno un partner, quello che la subisce, se non è consensuale. Dunque in queste situazioni, oltre al doversi adattare emotivamente a questa scelta, è anche più difficile doversi adattare anche fisicamente a nuove abitazioni, nuovi ritmi, e nuovi familiari.

La separazione vissuta dai figli
Spesso quando una coppia si lascia, in molti casi con difficoltà, i figli tendono ad avere una certa diffidenza nei confronti di chi si avvicina a loro promettendo amore e attenzioni. Spesso il genitore non si accorge che i figli soffrono di depressione, si isolano da tutti considerando, invece, quel loro modo di fare come una forma di reticenza e di rifiuto per la nuova situazione o i nuovi compagni. Non è semplice in effetti nemmeno per i genitori, ma la situazione è difficile anche e soprattutto per i figli, di qualsiasi età siano.

La separazione vissuta dai genitori e dai nuovi compagni
La situazione non è facile nemmeno per i nuovi compagni del genitore, spesso infatti si aspetta prima di far conoscere una eventuale altra persona, perchè deve essere chiaro ai bambini che la nuova persona non avrà la pretesa di sostituire il genitore di cui ha preso il posto, ma il suo sarà un ruolo diverso, importante, ma diverso. Conquistare la fiducia di bambini e adolescenti in un nuovo contesto familiare, infatti richiede energia e pazienza.
I pro della famiglia allargata
Può capitare che da una situazione apparentemente difficoltosa possa sorgere al contrario un contesto sereno ed equilibrato fatto di scambi affettivi e di rispetto. Ciò che prima il bambino viveva male, magari in un contesto familiare conflittuale, può trasformarsi in un’esperienza positiva perché si rivaluta il vissuto emotivo di un legame affettivo problematico comprendendo pienamente che la separazione era necessaria. La famiglia ricostituita può avere appunto anche i suoi pro, il nuovo ambiente può sicuramente favorire una maggiore apertura emotiva dei ragazzi in crescita, i quali possono essere stimolati al confronto imparando ad essere obiettivi osservando le cose da due prospettive differenti. Inoltre, specialmente per i figli unici, l’acquisizione di nuovi fratelli anche se non biologici, potrebbe significare di avere dei nuovi compagni di giochi, di relazioni, di scambi confidenze. Vivere in due ambienti differenti tra loro, anche in maniera alternata, oltre a favorire il senso di adattamento può anche essere uno stimolo per i bambini e agevolarli a muoversi con più disinvoltura nei vari contesti della vita.

Le difficoltà della famiglia allargata
Le difficoltà, definite soprattutto dalla gelosia rispetto alla presenza o meno di figli, possono inficiare i rapporti tra fratelli. Di fronte a queste situazioni, se già i rapporti risultano contrastanti, si potranno verificare episodi di gelosia ovvero di un sentimento di privazione che riguarda in primis se stessi, pensare che “l’altro ha qualcosa che io non ho” e nello stesso momento soffrire nell’osservare che per questo riceve anche maggiori attenzioni. Spesso il figlio della coppia separata inizia una convivenza con il genitore che vive con un altro partner. Se ci sono altri figli, possono appunto esserci gelosie reciproche. Da parte del figlio che si inserisce nel nuovo nucleo perchè si trova a vivere con un altro figlio che si trova da sempre “a casa sua” e quindi prevale la sensazione del sentirsi ospite in una casa non propria. E possono esserci anche gelosie da parte del figlio che accoglie un altro “fratello”, poichè si trova a dover condividere le sue cose con un bambino che finora era un estraneo. Possono esserci difficoltà anche nelle famiglie ricostituite nelle quali uno dei due partner può non avere figli e questo potrebbe portare il nuovo compagno o la nuova compagna a sentirsi messo da parte rispetto ai figli della precedente relazione.

Come comportarsi
La comunicazione è importante come lo è l’elaborazione sia cognitiva e sia emotiva della storia della coppia e di ciò che ha condotto a questa decisione ed è opportuno condividere con i propri figli quel momento, quella motivazioni,  senza coinvolgere gli altri o delegare qualcuno a farlo. È giusto che il bambino abbia il suo spazio e il suo tempo da dedicare alla sua elaborazione, e che abbia tutta la disponibilità del genitore nel momento in cui sente di voler parlare o fare domande. Serve inoltre che ci sia un ascolto e un sostegno reciproco per affrontare le nuove situazioni e per integrare due differenti realtà tra loro sia in riferimento ai due genitori separati che ai nuovi nuclei.
Quindi è importante rendere chiare sin da subito le problematiche e le difficoltà, perchè si possono superare soltanto parlandone, senza nascondere niente nè pensare che i bambini non si rendano conto delle differenze. E nell’educazione dei figli, che dovrà essere fatta da entrambi i partner, ci dovrà essere continuità e condivisione, perchè i figli possano percepire la stabilità non solo nello stile educativo ma anche in quello emotivo.

martedì 26 febbraio 2019

Vivere con una persona con una dipendenza



Quante volte sentiamo parlare della difficoltà delle persone che hanno una dipendenza, dipendenza da sostanze, dipendenza da alcol, da fumo, da gioco d’azzardo…
La fatica per trovare la motivazione per interrompere la dipendenza, la fatica per iniziare un percorso, la fatica per mantenerlo, rendono il momento della disintossicazione molto difficile ed è importante che ci sia alla base un sostegno che supporti e accompagni in questo percorso.
E sono proprio le persone che stanno accanto uno dei principali supporti di guarigione, per cui è importante che da parte loro ci sia la forza, la tenacia, la volontà e la pazienza per affrontare insieme alla persona con dipendenza tutto il percorso, motivando, rinforzando, e, se ci saranno, supportando nelle ricadute.
Spesso non viene data abbastanza importanza a queste persone, si parla giustamente del “paziente”, ma a volte si sottovaluta la rete all’interno della quale è inserito, la famiglia, il coniuge, il genitore, il figlio, o l’amico. Il percorso di uscita dalle dipendenze dovrebbe al contrario tener conto proprio della rete che supporta la persona perchè cambia molto se vicino si hanno persone disponibili e disposte ad accompagnare la persona in questo percorso oppure no.
Ma quanto è dura per le persone che stanno vicino, fornire questo supporto, stare accanto, vivere nella stessa famiglia? Molto, senz’altro. E non se ne parla abbastanza, forse non si fornisce nemmeno il supporto necessario alle persone che vivono insieme questa situazione. E invece i familiari sono fondamentali a tutti i livelli e in tutti gli step: spesso infatti sono i primi ad accorgersi del problema del familiare, e sono loro spesso che, con grande fatica, convincono la persona a scegliere di interrompere il loro comportamento e di affidarsi a un sostegno esterno per uscire. Sono loro inoltre che supportano la persona in tutto il percorso di uscita, che la affiancano rinforzandone i successi e la supportano nei fallimenti e nelle ricadute, gioendone per primi nel momento del successo finale e dell’uscita dalla dipendenza.
Però non è sempre facile, sia perchè il percorso spesso è un percorso lungo non privo di difficoltà e di ricadute, sia perchè spesso la persona è nervosa, insofferente e possono esserci momenti in cui le dinamiche relazionali non sono facili. Spesso mi vengono raccontati di momenti di crisi in cui la persona si rivolge male ai familiari e mette alla prova il loro spirito di collaborazione e sopportazione, oppure la persona viene scoperta dai familiari in una ricaduta. Spesso ci sono menzogne, e questo non è sempre semplice da affrontare. Questo è il motivo per cui nel momento del percorso di uscita della dipendenza è importante seguire a livello psicologico sia il paziente, sia la famiglia dando un supporto per i momenti  che necessariamente ci saranno. Fondamentale appunto è inoltre preparare dall’inizio i familiari, spiegandone la difficoltà e preparando alla varie fasi che affronteranno. Perchè è un percorso difficile per il paziente ma lo è anche per i familiari.


domenica 12 agosto 2018

Agosto...mese caldo anche di separazioni


I mesi estivi, soprattutto il mese di agosto, periodo in cui la maggior parte delle persone ha qualche giorno di ferie, rappresentano in genere oltre che momenti di riposo, anche momenti di pausa e di riflessione. Quante volte in ferie ci capita di pensare alla nostra vita, a come è, a come la vorremmo e quante volte ci riempiamo di buoni propositi per cambiare le cose che non ci piacciono... i momenti in cui stacchiamo dal lavoro quotidiano, dallo stress e dagli impegni della vita lavorativa sono quelli in cui con più facilità riusciamo a pensare alla nostra vita e a fare pianificazioni e bilanci.
Non per niente il mese di agosto è uno dei mesi più caldi anche per le separazioni e i divorzi.
Forse proprio perché l'avere più tempo per noi porta a una maggiore possibilità di riflettere e di valutare le nostre vite e le nostre relazioni.
E' quanto emerge anche da uno studio della University of Washington, le vacanze sembrano rappresentare un periodo di ottimismo, e essere considerate come un momento di una nuova partenza, una nuova vita.

giovedì 30 novembre 2017

Togliere il pannolino: mission impossible?




Arrivati all'inizio dell'estate si presenta per la mamme dei bambini intorno ai due anni la missione del togliere il pannolino. Prima dei due anni il controllo sfinterico non è generalmente ancora raggiunto, per cui anche se ci sono mamme che tentano molto prima, solitamente questo apprendimento non viene raggiunto ma non per mancata volontà del piccolo, solo per la precocità di questo tentativo.
Il togliere il pannolino spesso spaventa le mamme che a volte mi domandano come fare. In realtà non è una mission impossible: la prima cosa da vedere per capire se il bambino è pronto è, una volta che siamo intorno ai due anni, se capisce che in quel momento fa la pipì e se magari quando la fa nel pannolino si ferma e lo dice. Un altro degli indicatori è inoltre il pannolino asciutto dopo la nanna. Ovviamente le cose saranno molto facilitate se il bambino parla perchè così potremo spiegargli bene che adesso è grande e che quando gli scappa la pipì invece di farla nel pannolino la potrà fare nel vasino, nel bidet, nel riduttore. E il bambino potrà avvisarci dei suoi bisogni impellenti. Spesso questa grande novità, che le mamme suggeriscono con occhi speranzosi e gioiosi, non è accolta dai bambini nello stesso modo felice! Spesso rifiuteranno e sarà normale perchè sono abituati a fare la pipì nel pannolino per cui per loro è normale questo.
La cosa più importante e forse difficile è cogliere il momento giusto per iniziare, ed essere decise nel continuare. Di solito il momento giusto per iniziare è la mattina (momento in cui in genere i bambini sono più rilassati) di un giorno in cui la mamma è in casa e quindi non ci sono tempi di entrata a lavoro o al nido. Per prepararsi mamma e bambino possono essere andati insieme a comprare le canottierine (in sostituzione del body) e le mutandine, scelte dal bambino, e se la mamma ritiene utile il vasino o un riduttore.
L'ideale è una mattina nella quale cambiando il bambino ci si accorge che il pannolino è asciutto e questo significa che dopo la notte sicuramente gli scapperà la pipì. Uno dei momenti più brutti e controproducenti del togliere il pannolino è appunto l'insistenza delle mamme nel chiedere ai bambini di fare la pipì, questa sono situazioni che giustamente le mamme creano per spronare il bambino, ma che potrebbero creare frustrazione nel piccolo a cui magari la pipì non scappa e quindi potrebbero associare il fare la pipì a momenti di disagio e non percepirlo come un momento importante di crescita. Il momento ideale per iniziare potrebbe essere una mattina in cui il pannolino del bambino è asciutto. La mamma a questo punto potrebbe con dolcezza proporre al bambino di fare la pipì nel vasino, stimolandolo con una attività che sa interessare al proprio bambino. Alcuni bambini sono appassionati di disegni quindi si potrebbe proporre, ogni volta che si fa la pipì, di fare insieme un disegno di un personaggio raffigurato magari nelle mutandine e di attaccarlo in bagno, così ogni volta che si fa la pipì nel bagno il bambino lo può vedere. Se si riesce a trovare una attività che lo stimoli, il gioco è fatto, e da allora sarà molto semplice! Sarà utile quindi rinforzare il bambino nel fare la pipì lodandolo e chiedendogli di farla ogni mezz'oretta, ma sarà presto lui a dire che gli scappa la pipì.

sabato 16 aprile 2016

Allora come fanno due fratelli a essere così diversi?




Mi è capitato ultimamente molte volte di sentire questa fatidica domanda in mamme che hanno due o più bambini. Perchè sono così diversi se noi genitori siamo gli stessi?
Uno è mammone, l'altro meno.
Uno è calmo, l'altro agitatissimo.
Uno è un mangione, l'altro non mangia quasi niente.
Uno dorme tanto, l'altro mai!
Apparentemente sembra quasi un controsenso: i genitori sono gli stessi, l'ambiente è lo stesso, spesso le possibilità economiche sono le stesse nei diversi periodi..e allora perchè tutte queste differenze?
Poi scendiamo nel dettaglio ed è facilmente comprensibile che nonostante siano fratelli, anche se tra loro passa poco tempo, sono stati esposti a diverse situazioni. Il maggiore intanto ha sperimentato, per poco o tanto tempo l'esperienza di essere figlio unico, nei suoi vantaggi e nei suoi svantaggi. Il piccolo è nato con un fratello e quindi non ha mai sperimentato un rapporto esclusivo da solo con la mamma e il papà, ma ha invece beneficiato del rapporto con un fratello grande. Il primogenito ha sperimentato le ansie dei genitori sulle pappe, sui sonnellini, sulle piccole cose quotidiane che i genitori hanno affrontato per le prime volte, cosa che non fanno i piccolini. Le mamme sanno già come fare molte cose, non si spaventano per un niente, non ci mettono un'ora a trovare la consistenza giusta della pappa per lo svezzamento, non si spaventano se la notte si svegliano arrabbiati per i primi dentini. I secondogeniti sono allo stesso tempo inoltre affascinati dalle cose che i fratelli sanno fare: quante volte capita di osservare gli sguardi ammirati dei bambini piccoli che guardano il fratello che gioca con i puzzle o che va in bicicletta? In genere questo esempi quotidiani che a noi sembrano inezie, per loro sono molto importanti ed è per questo che in genere i secondi sono più "agitati": imparano prima a fare le cose perchè seguono l'esempio del fratello.

sabato 12 dicembre 2015

Ansia: la sintomatologia e la diagnosi del disturbo post traumatico da stress



La diagnosi del disturbo post traumatico da stress deve essere fatta da uno psicologo e i criteri diagnostici del DSM prevedono cinque elementi che devono presentarsi insieme:
- l’esperienza di un evento traumatico
- rivivere costantemente l’evento sottoforma di ricordi
- l’instaurarsi di un evitamento di ricordi o pensieri che riconducano al trauma
- la persistenza di un arousal aumentato
 - durata superiore a un mese
L’insorgenza di questa sintomatologia può manifestarsi anche a notevole distanza dall’avvenimento, anche dopo mesi. In questo caso si parla di insorgenza ritardata.
Oltre a questi sintomi in molti casi è presente una amnesia legata al trauma e segni di esaurimento emotivo, tipo ridotta affettività, sensazione di distacco dagli altri, una diminuzione di interesse in attività che ci piacevano, insonnia, difficoltà di concentrazione, attacchi di collera, ipervigilanza e, nel caso di bambini, pianto frequente. Spesso c’è inoltre una componente di depressione e soprattutto ansia, con eventualmente presenza di comportamenti autofrustranti specialmente nel momento in cui la persona riconosce (o crede) una responsabilità nell’accadimento dell’evento.

venerdì 27 novembre 2015

Il mal di testa da stress



Spesso il mal di testa è provocato, oltre che da motivi fisici, anche da cause psicologiche, soprattutto dallo stress.
Lo stress che causa il mal di testa può essere definito come ansia da prestazione, assale un individuo quando si affrontano in maniera troppo emotiva le situazioni quotidiane oppure nelle occasioni in cui si è presi da mille cose. 
Questo fa manifestare improvvisamente il mal di testa perché durante una situazione snervante, anche se in modo inconsapevole, si irrigidiscono e si contraggono i muscoli del collo, del cranio, delle spalle.

L'ansia e la depressione possono aggravare il mal di testa così come le emozioni negative e i disordini dell'umore possono creare un terreno adatto allo sviluppo della malattia.

martedì 24 novembre 2015

Famiglia: essere coppia o essere genitori?



Sfido qualsiasi neomamma e neopadre a non averlo mai pensato, soprattutto nei primi mesi dalla nascita del primo figlio!
Essere mamma, essere papà cambia radicalmente la vita, cambiano le priorità, cambia l'organizzazione di tutta la giornata, cambia anche il livello di stanchezza, in genere più elevato in seguito alla gestione del figlio, che toglie tempo ed energie, toglie ore di sonno, e al riposo. Ovviamente la gioia per la nascita del figlio ripaga di tutti gli sforzi, ma bisogna trovare un modo per gestire la nuova organizzazione, ritrovare l'equilibrio con il partner. La coppia è chiamata ad attuare modifiche nel suo assetto mentale e organizzativo, per fare posto anche alla nuova dimensione genitoriale e integrarla con quella coniugale in una nuova e superiore identità di coppia. Quindi dobbiamo raggiungere il passaggio tra la dimensione della coppia coniugale alla coppia genitoriale. Questi equilibri dovranno perciò essere rinegoziati e ritrovati di fronte alle prove con cui la vita si confronta nelle diverse fasi del suo percorso. Per esempio, come dicevamo, la nascita del primo figlio porterà a uno sbilanciamento sul versante genitoriale: prevarranno i compiti di cura del figlio, al punto di perdere di vista talvolta il legame di coppia. E un indebolimento eccessivo della dimensione del legame di coppia dopo la nascita dei figli comporta un rischio di indebolimento del patto coniugale ed è fondamentale per questo riuscire a trovare tempo per la coppia. E questo anche per i figli, perchè è importante percepire che tra i loro genitori c'è amore, intesa, e soprattutto sentire che loro sono il frutto di questo amore, elemento primario per un sano sviluppo della personalità.

mercoledì 18 novembre 2015

Maltrattamenti all'infanzia: il senso di colpa delle mamme e dei bambini






Purtroppo questa consapevolezza spesso provoca dei grandi sensi di colpa alle mamme per non essersi rese conto prima delle violenze, e per questo è importante riuscire a gestire questo sentimento, spesso immeritato. Senso di colpa che molte volte si ripercuote anche nella gestione delle scelte quotidiane: quando rimproverare il bambino, come rimproverarlo. Nelle fasi iniziali, quelle dopo lo shock, le famiglie tendono ad assecondare in tutto e per tutto i desideri, i capricci del bambino, memori delle angherie che ha subito. Tuttavia questa, che umanamente sembra la soluzione più giusta, non rappresenta la scelta consigliabile perché non contribuisce a creare un sistema di valori adeguato nei bambini. Il bambino ha bisogno di sapere quello che è giusto o no, ha bisogno di essere ripreso nel momento dello sbaglio, in maniera dolce e accogliente, ma è importante che riconosca le cose giuste da quelle sbagliate. Ma il senso di colpa colpisce anche i bambini maltrattati, insieme a inadeguatezza, bassa autostima, proprio perché il maltrattamento viene fatto passare come un qualcosa che loro bambini hanno costretto a fare, e per questo sentono spesso di esserne responsabili. Spesso si ha anche un sentimento di vergogna, se i maltrattamenti sono fatti di fronte ad altri bambini, e la vittima è additata anche verbalmente come colpevole. Per cui il processo di eliminazione del senso di colpa, sia della mamma che dei bambini è un percorso che deve essere affrontato insieme.

sabato 24 ottobre 2015

Coppia: il doppio patto, emotivo e razionale





Il legame di coppia si fonda su un doppio "patto": uno dal punto di vista della "emotivo" e l'altro dal punto di vista "razionale". 
Il patto emotivo comprende l'affidamento reciproco dei membri della coppia, l'intimità, la comprensione, l'affetto, mentre il patto razionale è contraddistinto dall'impegno e dalla volontà di stare insieme, dalla scelta etico-valoriale di affrontare insieme la vita e tutte le sue fasi. Il compito quindi delle persone che scelgono di stare insieme e di formare una coppia e ancora di più una famiglia con figli, è quindi quello di riuscire a creare un proprio patto di alleanze e di impegno reciproco, che sia appunto caratterizzato sia dall'aspetto emotivo sia dall'aspetto razionale. Quante volte siamo rientrati a casa dopo una estenuante giornata di lavoro e ci aspettavamo magari un po' di riposo, accoglienza e comprensione dal nostro partner, che invece ci provoca ulteriori fatiche, oltre alle incombenze della vita domestica? Oppure quante volte ci sarà capitato di pensare che prima la nostra intesa era perfetta e adesso "non mi capisce più come prima"; "non lo riconosco più"..Ciascuno cambia, e insieme a noi si modificano anche le nostre esigenze e necessità: "mi sono innamorata di te perchè mi facevi sentire sicura e importante e invece adesso ho bisogno di sentirmi maggiormente autonoma e indipendente", o anche "prima eravamo soltanto io e te, ora ci sono anche i nostri figli". Un primo aspetto di questa "cura per la nostra storia", da un punto di vista emotivo, è per questo l'essere capaci di affrontare il cambiamento. Nelle prime fasi, quelle dell'innamoramento, siamo portati a vedere soltanto il meglio del nostro partner, e a percepire lui come simile a noi, su di lui si proiettano i nostri bisogni, ma poi man a mano che la storia si fa matura e prosegue, vengono anche sottolineate le diversità del nostro partner: si passa dall'effettuare considerazioni essenzialmente positive del partner, all'accettare anche i lati negativi e deboli. Quindi c'è un riconoscimento dell'altro, che non vuol dire che siamo meno innamorati, ma anzi, forse di più e che si accetta tutto del partner, i lati positivi e quelli negativi, che adesso vediamo e tolleriamo. Ovviamente per essere costruttiva e funzionale, questa nuova capacità ha bisogno di essere reciproca. E serve inoltre anche una giusta dose di razionalità, come dicevamo, da unirsi al versante emotivo, ovvero la voglia e  la scelta di continuare la relazione, lo sforzo di garantire continuità, la capacità di perdonare il partner.

mercoledì 23 settembre 2015

Le principali paure nei bambini: innate, di crescita e legate a traumi


Nel caso di bambini molto piccoli, possiamo distinguere tre tipi di paure: quelle innate che sono presenti fin dalla nascita (rumori acuti, cambiamenti delle forme note…), quelle legate alla crescita tipiche delle varie età (possono esserlo la paura dell’estraneo e l’ansia da separazione che compaiono nei bambini molto piccoli) e quelle sviluppate come conseguenza di specifici eventi traumatici. Nel caso delle paure innate non ci sono motivazioni o indicazioni particolari da consigliare: si tratta di paure normali, appunto innate che rientrano nella normale natura dei bambini. Qualche parola vorrei invece spenderla per le altre due paure: le paure della crescita e le paure legate ai traumi. Le paure correlate alla crescita in genere spaventano i genitori, che pensano di essere in una fase regressiva: il bambino che prima andava con tutti e che sorrideva a tutti adesso all’improvviso vuole la vicinanza soltanto dei genitori, il bambino che prima non piangeva quando la mamma andava in una altra stanza adesso inizia a piangere appena la mamma esce dalla sua visuale, il bambino che non aveva mai avuto paura degli animali adesso quando vede un cane scappa e impallidisce, il bambino che non aveva paura del buio adesso inizia a tremare quando si spenge la luce. Ebbene no, non sono segni che il nostro bambino sta regredendo ma il contrario, rappresenta l’inizio di un importantissimo momento della sua crescita. Il buio spaventa il bambino perché con il buio non vede i suoi punti di riferimento, non vede le figure dell’attaccamento e il pianto è una risposta naturale. Sta ai genitori rassicurarlo e fargli sentire la loro presenza, fargli sentire che ci sono anche se non li riesce a vedere: a volte basta anche semplicemente una coccola, una carezza, una parolina bisbigliata, se non si ha la possibilità di accendere subito la luce, e il bambino si rasserena subito. Il buio è una delle paure più comuni e spesso purtroppo viene utilizzata anche come minaccia: “se non ti comporti bene ti metto in una stanza al buio, se non mangi fai il riposino al buio” e questo fa in modo che invece di aiutare il bambino a superare questa paura del buio che sarebbe normale, il buio rappresenti una minaccia e quindi accresca il suo potere “spaventoso”. Se il buio viene etichettato come una cosa che fa paura, alla fine questa cosa fa veramente paura! Altre importanti paure possono nascere da esperienze traumatiche tipo i maltrattamenti, che vengono considerati veri e propri stress sia che vengano metti in atto verso di noi, sia che vengano messi in atto verso qualcun altro e ai quali assistiamo. Il compito del genitore in questi casi diventa quello di supportare il bambino nella gestione di questa paura, di quello che potrà diventare un disturbo post traumatico da stress impedendone la somatizzazione e la trasformazione in disagi o disturbi di varie forme. È anche importantissimo aiutare il bambino, che spesso si sente anche vigliacco perchè ha paura, a capire che la paura non è un indice di vigliaccheria o di debolezza. E quindi le nostre paure le possiamo (dobbiamo!) confidare alle persone che si sono vicine. Perché esse sapranno rassicurarci nel caso di paure “non nocive”, aiutandoci a gestirle (il buio, l’estraneo…) e sapranno aiutarci nel caso di paure “pericolose” e spie di comportamenti inappropriati come ad esempio il caso dei maltrattamenti. È necessario dunque che i genitori si mostrino come le persone che ci aiutano a comprendere queste paure, a trovare il coraggio di reagire senza rimanere “imbottigliati” nella paura di confidarci. Moltissime persone ritengono le paure come qualcosa da evitare, come qualcosa da vincere. Sì, in qualche caso può essere vero, ma le paure, come molte emozioni primarie, sono parti del nostro patrimonio genetico. Non bisogna cercare di evitarle, ma gestirle affinchè diventino funzionali.

martedì 22 settembre 2015

L’ambivalenza verso se stessi e verso gli altri nei bambini maltrattati



Dai maltrattamenti nei bambini deriva una fortissima ambivalenza verso se stessi e verso gli altri. Nei confronti di se stessi per la difficoltà nel riconoscimento delle cose sbagliate e quelle giuste: “Se sono stato picchiato da una figura reputata autorevole (come ad esempio una educatrice) perché mangiavo troppo lentamente o perché non volevo mangiare per la poca fame, ne deve conseguire che avere poca fame o mangiare lentamente è sbagliato, e imparerò a mangiare anche controvoglia o velocemente, anche quando non ho fame, e senza assaporare il gusto dei cibi”. Questo è uno degli indicatori importanti da seguire nel caso di sospetto di maltrattamento: un cambiamento strano nelle abitudini, il bambino smette di fare ciò che prima gli dava piacere, e magari fa cose che prima non voleva fare. Il cibo è soltanto uno degli esempi che possiamo prendere. ci sono anche altri atteggiamenti che possono essere anche legati al gioco: l’assenza della capacità di sporcarsi è un indicatore molto importante. Quando si lavora in una struttura per l’infanzia i giochi, e le attività che vengono offerte ai bambini presuppongono capacità di sporcarsi, consistono spesso in attività con pennelli, pasta da plasmare, colla, tempere, tutte cose che sporcano, macchiano. Per cui le famiglie che hanno bambini in strutture per l’infanzia sapranno molto bene quanto i loro piccoli siano completamente da cambiare quando tornano a casa..e questa è assolutamente una buona pratica, un indicatore positivo della bontà delle attività della struttura. Sporcarsi, giocare, necessita di spazio, tempo, molta molta pazienza e per le educatrici rappresenta un carico di lavoro molto più alto rispetto al semplice “contenimento” del bambino. È più semplice contenere un bambino che insegnargli a giocare. Ed è anche molto più facile perché dopo non c’è da ripulire. Però i bambini che giocano e si sporcano imparano, gli altri non imparano, non vengono stimolati. L’unica cosa che imparano è a stare puliti, a non macchiarsi. E se un bambino che era abituato a casa a giocare in modo “giusto” all’improvviso rifiuta di svolgere attività sporche, o si mostra molto attento a non macchiarsi, sporcare e non han iniziativa, questo potrebbe essere un indicatore della repressione alla quale potrebbe essere stato abituato.

domenica 15 marzo 2015

La comunicazione del genitore dei bambini maltrattati con l’educatrice



Una buona comunicazione dei genitori con l’educatrice è fondamentale per un corretto inserimento nelle strutture, sia nei primi momenti ma anche durante l’intera frequenza nella struttura: è necessario lo scambio quotidiano delle consegne, al mattino quando si accompagna per informare l’educatrice dell’andamento della nottata e delle ore insieme ai genitori, dover ad esempio ci siano stati momenti degni di interesse e richiedenti un confronto, e all’uscita, per sapere dall’educatrice come è andata la permanenza del bambino. Laddove siano stati rilevati momenti di particolare stress o disagi del bambino, è importante scambiarsi opinioni e confrontarsi sulla vita nella struttura e a casa e nel momento in cui ci siano da mettere in pratica particolari interventi di rassicurazione, è fondamentale che i genitori abbiano la possibilità di soffermarsi con le educatrici, senza la presenza del bambino, per definire le stesse modalità educative. È importante appunto con tutti i bambini che ci sia continuità educativa casa-asilo, e con i bambini maltrattati è ancora più importante, vista l’ambivalenza a cui a causa della violenze sono stati esposti. È importante per questo che la struttura accogliente riesca a dedicare, nel momento in cui dovesse esserci bisogno, adeguati spazi e tempi al colloquio con i genitori.

martedì 3 marzo 2015

La formazione delle educatrici dei bambini maltrattati




Importante la formazione per le educatrici che accolgono nel proprio gruppo bambini maltrattati. Perché il progetto educativo, la programmazione dovranno adattarsi alla nuova situazione che si è creata, al nuovo gruppo che dovrà innanzitutto avere l’obiettivo di accogliere il bambino. Le educatrici avranno anche un importante compito che è quello del riconoscimento delle reazioni del bambino e della relativa gestione. Infatti tra le caratteristiche psicologiche dei bambini maltrattati abbiamo frequentemente: pianto costante, paura, eccessi di aggressività, comportamenti regressivi, rifiuto di contatto fisico e ansia eccessiva per gli approcci relazionali. I bambini maltrattati spesso si mostrano timidi, remissivi e paurosi in ambienti estranei, ma al rientro nel loro contesto diventano aggressivi e sfogano la loro rabbia con i bambini più piccoli con la modalità del gioco violento. Spesso la violenza, l’aggressività diventano forme che occupano molto spazio all’interno delle relazioni del bambini maltrattati e spesso diventa l’unica via di comunicazione. Il rischio, quando essa non venga gestita correttamente è che possano crescere considerando quella aggressiva come la normale comunicazione. Una specifica attenzione deve essere anche rivolta ai lavoretti e alle attività proposte ai bambini maltrattati nelle nuove strutture, per capire immediatamente segnali di disagio che possano emergere ad esempio dai disegni. Ci sono molte cose che si possono capire dai disegni all’occhio dell’esperto. Chiaramente non sarà semplice per le educatrici leggere i disegni, ma con una anche breve formazione potrebbero essere aiutate a riconoscere l’eventuale presenza di segnali nei disegni, per capire se e quando poterli considerare da analizzare. Come sarebbe importante la capacità di riconoscere eventuale presenza di segnali che possano essere indicatori di disagi non risolti connessi al maltrattamento.

martedì 22 luglio 2014

Il senso di colpa e la rieducazione alla vita nel bambino maltrattato


Nel caso dei bambini maltrattati spesso un ruolo di fondamentale importanza è costituito dal senso colpa, poiché il maltrattamento viene fatto passare dal maltrattante come una colpa per qualcosa di sbagliato che il bambino ha commesso, quindi è molto frequente il sentimento di colpa nel bambino maltrattato, con annesso senso di insicurezza e bassa autostima oltre alla conseguente difficoltà nel riconoscere quali sono i comportamenti da tenere e quali sono quelli sbagliati. 
Come molti genitori di bambini maltrattati sanno, è molto difficile aiutare il bambino a capire cosa è bene fare e cosa è bene non fare, perché il sistema dei valori è completamente stravolto. I bambini spesso non sanno giocare, non sanno sporcarsi (come parte fondamentale e integrante del gioco), hanno paura a prendere iniziative, hanno difficoltà ad andare in bagno per la paura di sporcarsi. Per questo si parla dell'importanza di una rieducazione alla vita, al gioco, alle attività quotidiane, per imparare a viverle e a goderne senza paura, con la serenità necessaria per una crescita sana e felice.

sabato 17 maggio 2014

Il disagio psicologico dei figli di separati


Il disagio psicologico dei figli di genitori separati rientra nelle tematiche maggiormente richieste da chi si rivolge a uno psicologo. conflitti tra i genitori creando un clima familiare teso, potrebbero provocare seri problemi nello sviluppo psicofisico e comportamentale dei figli.
Il figlio di genitori separati si trova a dover imparare a gestire una situazione nuova, molto impegnativa ed è importante che soprattutto in certe situazioni ci sia l’aiuto di una figura professionale competente e preparata a supportare la nuova organizzazione della famiglia e personale. 
Ogni situazione è “a sé”, è impossibile fare generalizzazioni, ma senza dubbio la nuova riorganizzazione del nucleo porta un importante stress sia ai genitori, che ai figli, soprattutto nel primo periodo. Per evitare, quindi, l’insorgenza e lo stabilizzarsi di determinati disagi, sarebbe opportuno e consigliato dare una spiegazione chiara e plausibile della rottura familiare facendo capire loro che pur non vivendo con entrambi i genitori questi non smetteranno mai di prendersi cura di loro. Ciò potrebbe alleviare i sensi di colpa insiti nei figli in quanto essi stessi potrebbero non sentirsi più responsabili della separazioneLe problematiche maggiori solitamente si riscontran. o nei primi due anni dalla separazione. Disagi tipo depressione, ansia, tendenza all’isolamento e soprattutto timore delle relazioni affettive possono instaurarsi nei figli delle coppie separate, che possono a lungo termine dare origine a difficoltà nella stabilizzazione delle relazioni affettive, problemi relazionali, sessuali, tendenza a somatizzare varie forme di disagi ed è molto importante che queste tendenze vengano affrontate ed arginate immediatamente. Indubbiamente le difficoltà del figlio sono anche dipendenti dalla sua organizzazione di personalità e dalle modalità comunicative della coppia e dei genitori con il figlio. Vedere che la coppia genitoriale riesce a gestire civilmente la nuova organizzazione è fondamentale per il benessere del figlio, quindi è molto importante la capacità di risolvere i conflitti in maniera costruttiva e senza gettare fango sull’altro genitore, cosa che si verifica spesso nella maggior parte delle coppie. Spesso il figlio, soprattutto se piccolo, viene utilizzato in modo strumentale: vengono chieste a lui le cose che si vorrebbe sapere dal compagno, viene strumentalizzato allo scopo di fare un dispetto al partner richiedendone la custodia e l’affidamento in specifici momenti che a volte, purtroppo, sono calcolati e cercati non per il benessere del figlio, ma per una lotta con il partner.

mercoledì 2 aprile 2014

Il disagio dei padri single

Tantissime coppie con figli interrompono le loro relazioni e in queste nuove organizzazioni delle dinamiche familiari deve essere data molta attenzione al benessere dei figli, oggetto di molti studi e percorsi psicologici per evitare somatizzazioni di sofferenze e lo sviluppo di disturbi di tipo psicologico di varie forme e intensità. 
Oggetto di interesse sono spesso le madri, solo di recente l’interesse psicologico si è spostato anche sugli studi di disagi nei padri di famiglie separate i quali vengono definiti i “nuovi poveri”, considerati senza nessun diritto, perché l’abitazione è assegnata alla donna e l’uomo la deve abbandonare entro trenta giorni. 
Deve pagare gli alimenti al figlio e in alcuni casi anche all’ex moglie pur essendo economicamente indipendente. E le difficoltà non si limitano a quelle economiche. Sul piano psicologico, invece, la persona separata si sente ai margini in quanto l’immaginazione collettiva considera queste persone come se fossero meno competenti sia a livello professionale che relazionale. Ricorrere all’aiuto di uno psicologo in questi casi diviene di fondamentale importanza poiché la separazione è considerata un evento altamente stressante e dovrebbe essere data possibilità a tutti di affrontarla nella maniera meno difficile.